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| L'imprevisto | |
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Roberto Mahlab
dirigente azienda Milano | Osservavo da lontano il tram che stava per partire dal capolinea, il borsone era pesante e non avevo nessuna voglia di mettermi a correre per riuscire a prendere il mezzo, anzi, rallentai apposta, mi rendevo conto ironicamente di comprendere il significato del termine "fatalismo", avrei atteso il prossimo. Non sarebbe stato tempo perduto, ma tempo deliziosamente prezioso, mi appoggiai alla balaustra di metallo e trassi dal borsone un libro, era un giallo di Agatha Christie, "Assassinio sul Nilo" si intitolava. Sospirai di piacere, sperai che il tram successivo tardasse e mi immersi nella lettura. Il cielo mutò colore, le ombre della sera sostituirono le ultime luci del pomeriggio, la piazza era quasi deserta, un alito di aria rinfrescava la temperatura dell'estate in arrivo. A quell'ora di solito il mezzo pubblico si fermava e ripartiva con solo me come passeggero, era tardi, chi aveva appuntamenti o la cena da preparare aveva corso per prendere il tram che io avevo visto allontanarsi poco prima. L'uomo che si trovava a pochi metri dal mio fianco destro chiuse il giornale con gesto deciso, un altro uomo, tarchiato e in giubbotto di pelle nera, lo osservava attentamente dall'angolo del marciapiede. Appena il giornale scomparve nella tasca dell'impermeabile del primo personaggio, il secondo prese a correre verso la donna appoggiata alla porta di ingresso della banca. All'improvviso mi apparve tutto ovvio. Lo soprannominavano Ferdi, passava le giornate a giocare a biliardo in una bettola della città vecchia, come facessero gli avventori a scorgere il tavolo tra le folate di denso fumo di sigaretta, era un mistero dei sensi, il proprietario versava il vino nei bicchieri solo dopo essere stato pagato, era riuscito a rimanere aperto non facendo mai credito a nessuno ed era noto per la sua intransigenza. Ferdi gli lanciò un'occhiataccia e poi scucì le due monete. Era uscito di casa nel tardo pomeriggio, al solito si era svegliato verso mezzogiorno, giusto per gridare alla madre che aveva fame, la donna scuoteva la testa, rassegnata, ma in fondo contenta che il suo unico figlio e l'unica ragione di vita avesse bisogno di lei. Dopo il pranzo, il figlio le raccontava che andava a lavorare, la madre non discuteva e non chiedeva, faceva finta di crederci e si sentiva sollevata. Ferdi raggranellava qualche banconota con piccoli furtarelli e frequentando ricettatori, spendeva tutto in vino e biliardo, talvolta, quando era alle strette, riusciva persino a farsi dare una parte della pensione dalla madre. "Mi hanno dato una dritta", Hasim sciorinava lentamente le parole, il suo accento non era dei migliori e voleva che Ferdi capisse. "Una banca, di sera, dopo la chiusura, la donna delle pulizie esce per versare l'acqua sporca del secchio, tu mi fai cenno, io corro e la spingo dentro, ho un pò di strumenti per spaccare la cassa continua, arraffiamo tutto e filiamo". Alina era stanca e sudata, non ne poteva più, una vita ingrata per guadagnare qualcosa che poi spariva nelle tasche dell'uomo che aveva incontrato un disgraziato giorno nel nuovo paese e che la sfruttava, era lei a lavorare, era lei a cucinargli i pasti, era lei a fare la coda ogni mese al commissariato per farsi timbrare il permesso di soggiorno, era lei a sognare una via di uscita, era lei ad accorgersi che non ne aveva la forza, era fuggita dal villagio nel Mali tanti anni prima, anche là era lei a lavorare ed era lei a cucinare ed era lei a prendersi le scudisciate di un marito violento. Erano le nove di sera, aveva pulito il pavimento e spolverato i banconi, lo straccio bagnato più e più volte strizzato nel secchio ormai pieno. Aprì il portone e poi spinse le grate di ferro, uscì sul marciapiede e gettò il contenuto del secchio nella griglia, poi si appoggiò esausta alla vetrata. Era troppo chiaro, troppo facile, troppo evidente, richiusi il giallo di Agatha Christie e lo gettai verso l'uomo che aveva appena ripiegato il giornale, si volse allarmato dall'ombra che gli stava per cadere addosso e prese il libro al volo, ingarbugliando i movimenti e stortandosi una caviglia. Corsi verso la donna delle pulizie proprio mentre l'altro uomo tarchiato in giubbotto nero la raggiungeva, mi misi in mezzo tra i due, lei divenne pallida e gridò, lui si arrestò con gli occhi sgranati, perse sia l'equilibrio fisico che quello mentale, si spaventò e con voce spezzata mormorò :"ma chi sei tu?". "Io sono l'imprevisto". Ferdi era già scappato, il giornale rimasto per terra con le pagine mosse dal venticello, Hasim lo rincorse con lo sguardo e poi si volse e fuggì pure lui, non sarebbero andati lontano, i loro precisi identikit sparsi tra tutte le auto della polizia, due testimoni e i disegni dei volti. Alina uscì e svuotò il secchio, l'uomo alla mia destra ripiegò il quotidiano e diede uno sguardo impaziente all'orologio da polso, scosse la testa e se ne andò verso la stazione dei taxi. Il secondo uomo correva verso la donna, apparentemente, ma la superò, fino ad abbracciare una ragazza che stava arrivando verso di lui dall'altro angolo della piazza. Si presero per mano e felici si avviarono a divertirsi in un locale. Mi accorsi del tram che finalmente arrivava, riposi il giallo nel borsone e salii. Come quella sera avevo fatto io, con Alina, Ferdi e Hasim, non esistevano, avevo preso a prestito gli attimi di tre vite, per scrivere un racconto. Roberto Mahlab |
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